le difficoltà del vivere in campagna

LASCIO LA CITTA’ PER LA “FOTTUTA CAMPAGNA”

In un blog che si diletta a scandagliare la tematica del cambiamento, volevo affrontare quello che negli ambienti urbani è considerato il sogno per eccellenza, quello più sospirato, quello che ogni cittadino che si rispetti, in coda in tangenziale, nella calca sudaticcia della metropolitana o nel triste grigiore dell’ufficio, ha, almeno in un’occasione, desiderato realizzare. Che si tratti di aprire un agriturismo, di fondare un’azienda vinicola, di ristrutturare il rustico della nonna o di altre sovrapponibili e trascurabili variazioni sul tema, ogni abitante dell’humus metropolitano ha, almeno una volta nella vita, desiderato lasciare la città per andare a vivere in campagna.

Trovo che sia divertente affrontare questa tematica attraverso la recensione di un libro nel complesso spassoso e a tratti esilarante che è “fottuta campagna” di Arianna Porcelli Safonov.

In questa serie di racconti comici, la giovane scrittrice, racconta la propria fuga dalla città e mette in guardia i lettori da quelle che sono le controindicazioni che il più idealizzato dei sogni nel cassetto nasconde dietro l’accattivante veste di colline verdi e prati in fiore.

La depressione urbana

Ma partiamo dall’inizio. L’esigenza di cambiare nasce nella scrittrice nel momento in cui contrae quella che lei definisce “la depressione urbana”. Si tratta di “una patologia che oggi come oggi sta rapidamente prendendo piede e si può riconoscere da sintomi ben precisi: ritrosia nei confronti di uffici pubblici e rispettivi funzionari, abominio per SUV, apericene e discoteche, senso di nausea e capogiro nei grandi centri commerciali, conseguente drastica riduzione dei propri impegni sociali fino allo svolgimento di un minimo sindacale che si avvicina molto all’eremitaggio”.

I primi passi verso una vita a contatto con la natura

Così, complice un film francese di Coline Serreau “il pianeta verde”, e la biografia di Adriana Zarri “un eremo non è un guscio di lumaca”, Arianna prende la decisione di allontanarsi dalla città per abbracciare uno stile di vita naturale e decisamente bucolico. Cerca nella rete il proprio angolo di paradiso e lo individua in un fienile immerso nei vigneti dell’Oltrepò, collocato in una valle costeggiata da un torrente e da un bosco di castagni. Quindi, dopo un veloce sopralluogo, lascia il suo monolocale nel centro di Madrid, compra un potente fuori strada e trasloca cani, gatti e collezioni di dischi nella sua nuova dimora agreste. “Perché” dice “questo sognare senza prendersi la briga di realizzare il proprio sogno a me non va giù, perché mostra la temperatura di quanto poco coraggio mettiamo nelle nostre scelte, di quanta furbizia si nasconda dietro a un desiderio che non cerchiamo di concretizzare e soprattutto di quanto io sia stata incosciente a voler realizzare il mio”.

Effetti secondari della vita in campagna

Eppure quello che sulla carta sembrava la realizzazione del più bucolico dei sogni all’atto pratico rivela una seri aspetti collaterali non propriamente incoraggianti che la Porcelli Safonov, puntualmente elenca nel proprio saggio, in uno con le precauzione per l’uso per chi, incautamente, decida di trasferirsi nella “fottuta campagna”.

Prima fra tutte per importanza, compare, nell’elenco delle controindicazioni alla vita campestre, la solitudine: “in campagna se non ci sai stare vivi in attesa. Aspetti che passi una macchina con dentro un muso nuovo o che qualcuno si sposi, aspetti che piova o che esca il sole, che passi l’inverno o che arrivi un po’ di fresco: insomma i tempi li scandisce il vecchietto che è in te”.

Per una fanciulla di trent’anni la solitudine in campagna si fa sentire soprattutto nel fine settimana. E così Arianna si ritrova ad aspettare con trepidazione qualche amico disponibile a trascorrere con lei un week end nello “sperduto” Oltrepò. Ma anche ricevere visite si rivela un’impresa piuttosto ardua visto che l’amenità dei luoghi, così come la difficoltà ad offrire agli ospiti una gamma di divertimenti che possa competere con quelli di città, fanno spesso da deterrente. “se dovessi stilare un rapporto statistico sulle visite ricevute in questi mesi in campagna, un dato spiccherebbe tra tutti: solo ed esclusivamente maschi con un evidente gusto per l’esplorazione, la conquista e la fornicazione”, dichiara con malizia Arianna.

La scrittrice continua, attraverso un serie di aneddoti divertenti e riflessioni semiserie, a snocciolare gli inconvenienti della vita agreste: tra gli altri il fatto che in campagna il parterre di uomini degni di nota sembra essere piuttosto scarno, aspetto che, se hai trent’anni e non hai scelto la via della castità, può rivelarsi un problema serio. O ancora: il silenzio. Arianna racconta infatti come i suoni notturni della campagna, che siano l’urlo del pavone maschio o il gracidare di un rospo, risveglino paure ancestrali e inneschino in chi li percepisce, soprattutto se di provenienza cittadina, la sensazione di trovarsi in imminente ed irreversibile pericolo. E poi c’è il buio: il buio in campagna è come il ragazzo della ONG che raccoglie le firme per strada: se restate calmi e proseguite decisi nel vostro percorso, lui s’intimorisce e non vi disturba, ma se gli fate sentire l’odore del panico è finita.

Pregi e virtù della campagna

Eppure tra le maglie dell’ironica invettiva che la scrittrice tesse alla campagna filtrano, neppure troppo velatamente, le note della dichiarazione d’amore che Arianna dedica alle sue colline. Dalla descrizione dei panorami, che Monet si mangerebbe i pennelli dall’invidia, agli incontri ravvicinati con i caprioli, così emozionanti che la fanno piangere, alle macchiette di paese, anacronistiche e adorabili, traspare in modo evidente l’attaccamento che la scrittrice ha sviluppato nei confronti della vita agreste.

E sono proprio queste caratteristiche che le ricordano, di volta in volta, le ragioni che hanno mosso la sua scelta di vita. La natura se lasciata libera regala continuo stupore: gli animali selvatici nascosti tra la vegetazione, la danza annodata dei boschi di castagno, i frutti che cadono dagli alberi saturi, i piccoli corsi d’acqua deviati dalle rocce muschiose, i mille profumi che propone l’uva quando è cotta a puntino e il suono delle querce sconvolte dal vento che ti avvolge lento, pesante e magnifico e ti fa sentire minuscolo e immerso nel liquido seminale dell’universo.

Questa divertente serie di racconti umoristici andrebbe letta, a mio avviso, non solo da chi accarezza l’idea di trasferirsi nelle zone rurali, ma da chiunque ha un progetto di cambiamento in atto. Qualsiasi sogno, anche il più anelato, nel momento della realizzazione può infatti rivelare una serie di lati oscuri che nella fase della progettazione non avevamo preso in considerazione.

Ma non ci dobbiamo perdere d’animo. Nei momenti di crisi, non dovremmo perdere di vista le ragioni profonde che ci hanno indotto a modificare una situazione che evidentemente ci stava stretta o uno stile di vita che non sentivamo più nostro. Che sia un amore, una passione o un progetto di vita, sono le motivazioni che hanno mosso le nostre scelte che dobbiamo di volta in volta andare a riscoprire affinchè possano aiutarci a sconfiggere le difficoltà e le paure che ogni cambiamento porta con sé.

“Ricordatevi” conclude la scrittrice “che la natura sa essere molto ostile, soprattutto a livello emotivo, ma sappiate che c’è qualcosa di molto più pericoloso della campagna, ed è la città”.

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2 pensieri su “LASCIO LA CITTA’ PER LA “FOTTUTA CAMPAGNA”

  1. Bellissimo. Divertente ma anche saggio ed emozionante questo tuo articolo con le parole preziose dell’autrice. Io ho scelto una via di mezzo: ho capito di detestare i grandi palazzi cittadini e di amare le botteghe di paese già molti anni fa: sono arrivata alla periferia di Milano, in una zona verdissima, per il caso fortuito di un annuncio immobiliare che pubblicizzava un cascinale ristrutturato. Be’, alla fine quell’immobile era poco convincente, ma mi innamorai di questa zona e da allora vivo qui. Ci sono molti parchi, ma ancora i mezzi urbani, sembra un villaggio, case di corte, cortili deliziosi, botteghe, costruzioni di massimo due piani si alternano a palazzine comunque discrete, eppure siamo ancora nel comune di Milano. In un quarto d’ora a piedi, attraversando un grande parco coi laghi, arrivo alla fattoria dove tutti i miei figli vanno volentieri a vedere gli animali dal vivo. Però in dieci minuti di autobus sei all’ospedale o nel centro diagnostico per fare visite o esami, e non manca nulla. Credo sia la soluzione ideale. ps: io stessa vivo in una ex-cascina di poche unità abitative con giardino privato (anche se non ho affatto il pollice verde!)

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