ricordi infanzia

LA CASA DELLA MIA INFANZIA

La casa della mia infanzia ha un cartello con la scritta vendesi piantato in mezzo all’orto. C’è indicata la classe energetica e un numero di telefono.

E allora venite signori, è un’occasione da non perdere, per il giro di visita chiedete a me, vi accompagno io.

Ecco il cortile con le beole, voi non lo sapete, ma una volta qui c’era il mare. Le barche erano le ceste, quelle grandi, che mio nonno usava per la paglia, i remi due bastoni di legno. Facevamo la scorta per la traversata, qualche merendina, un pezzetto di cioccolato, sotto le gambe un plaid per la notte. Poi si partiva, per timone una palla sgonfia ed era subito oceano.

Seguitemi, da questa parte. Ecco il portico. Voi non lo sapete signori, ma una volta era un castello. Là in fondo c’era la sala da ballo, aveva gli specchi, come quella di Versailles, c’erano il fossato, il ponte levatoio e la torretta per avvistare i nemici, talvolta, persino gli indiani.

Ora scendiamo, andiamo nell’orto. Adesso è un po’ lasciato andare, ma è stato un parco. Le piante di fagioli un labirinto, quelle di ribes una merenda dolcissima. Vi seppellivamo i giocattoli rotti e i coniglietti caduti dalle gabbie, celebravamo la cerimonia funebre compìti come veri becchini e dopo le esequie costruivamo le croci con due legnetti legati. Quando tornava dalla vigna mio nonno le radeva al suolo perché, diceva, le croci portano male.

Una volta, avevamo circa cinque anni, abbiamo raccolto le pere dall’albero, tutte. Io ai piedi della pianta sistemavo la frutta in una cassetta di legno. Quando abbiamo finito le abbiamo portate al nonno con l’orgoglio di un gatto che porge il topo al padrone. L‘espressione sul suo volto non la dimenticherò mai. Era un soleggiato pomeriggio di giugno. Le pere maturano ad ottobre. Le abbiamo dovute buttare, tutte.

E adesso venite entriamo in casa. Sentite, nell’aria si sente ancora il profumo di bucce di mandarino e castagne arrostite sulla stufa. Vedete, quello è il cassettone della nonna, voi non lo sapete, ma è stato uno scrigno pieno di segreti. C’erano gli orecchini con la clip, vecchie foto color seppia e gli abiti lunghi con la vita stretta che bastava indossarli per diventare Laura Ingalls. E poi c’era quella lettera che un segreto lo custodiva davvero. La carta ingiallita, l’inchiostro a tratti sbavato e una rivelazione sconcertante. Non è rimasto nessuno a raccontarci la fine di quella storia.

Andate avanti, di là c’è la terrazza una volta è stato terreno di battaglia. Con i nipotini della vicina ci lanciavamo le piante grasse. Vincevano sempre loro. Una volta però abbiamo barattato col bimbo più piccolo una matita morsicata in cambio di una ruspa nuova di zecca. E’ stata la nostra rivincita. Oggi che per lavoro mi occupo di negoziazione posso dire di non aver mai più chiuso così bene una trattativa. Fu quello il mio grande successo. Ciò che è accaduto dopo è stato solo un anticlimax.

La casa della mia infanzia confina con una villa d’epoca che ha un parco enorme. Voi non lo sapete, ma, inarrivabile e misteriosa, è stata una fortezza inespugnabile. Una volta vi hanno dato un concerto gospel che noi abbiamo ascoltato dal portico. E’ passata una coppia nella stradina attigua e ha accennato un passo di danza. Una sera d’estate, un concerto gospel e un passo di danza. Se mi chiedete di pensare a una cosa romantica a me viene in mente quell’immagine.

Ecco il giro è quasi finito, manca solo una stanza a voi sembrerà solo uno scantinato, non lo sapete, ma per me è un santuario. E’ stato il laboratorio di mio nonno, qui preparava il pastone per le galline, si vestiva per andare in campagna, tagliava la legna da ardere. Uno degli ultimi ricordi che ho di lui è ambientato qui.

Era seduto su uno sgabello con in mano della legna. “Cosa fai nonno?” “Oh niente, due o tre bsighi” mi ha risposto con un vocabolo preso a prestito dal dialetto. Rompeva dei legnetti da mettere nella stufa. E’ sempre stato un gran lavoratore, uno che la schiena se la spaccava davvero. Quel giorno aveva già passato gli ottanta e aveva un principio di Parkinson, ma ancora non riusciva a stare con le mani in mano. Mia mamma lo va a trovare al cimitero, io se lo cerco lo trovo qui.

Adesso usciamo, ma fate piano e camminate in punta di piedi, qui in giro è pieno dei miei ricordi di bambina, sono sparsi ovunque, fate attenzione a non calpestarli.

La casa dell’infanzia ha un cartello con la scritta vendesi piantato in mezzo all’orto e in un angolo del mio cuore.

 

 

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12 pensieri su “LA CASA DELLA MIA INFANZIA

    1. ciao, proprio bello il tuo racconto. I luoghi dell’infanzia racchiudono momenti che ti si stampano nel cuore. Anch’io, rivedendo di recente la casa di mia nonna disabitata e un po’ diroccata ho avuto un tuffo al cuore… quanti ricordi piccoli e preziosi hanno custodito quelle mura!! Risate, arrabbiature, avventure di bambina, il senso della famiglia, le lunghe e oziose estati in campagna. Se penso alla parola casa la mia mente torna lì e ci sono rumori, suoni e odori indimenticabili che mi catapultano inevitabilmente a casa della nonna! Grazie, ricordare a volte fa proprio bene!

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