un uomo buono

UN UOMO BUONO

Dava a tutti del tu senza distinzione di età, posizione sociale, ruolo gerarchico. Abbatteva, con l’uso indiscriminato di un pronome personale, classificazioni vecchie come il mondo. Se le sue figlie gli rimproveravano quel modo di fare, ai loro occhi sgarbato, citava infastidito un proverbio d’Oltrepo’: “me a dag a tutti del te, foravia che a te, prèv”*ereiterava imperterrito il suo adorabile vezzo.

Aveva cominciato a lavorare da giovanissimo, quando all’età di quattro anni gli avevano affidato il bestiame da condurre al pascolo. Raccontava che quando una mucca sfuggiva al suo controllo si sedeva su un masso e singhiozzava disperato. Tuttavia, all’alpeggio non era da solo, l’avevano affidato all’egida di sua sorella maggiore che, di anni, ne aveva sei.

Era daltonico e da ragazzo, per un periodo, aveva lavorato in un negozio di vernici. Distingueva i colori delle latte a seconda della posizione del cassetto nel quale erano riposte. Nel primo il blu, nel secondo il verde, nel terzo il rosso. Un giorno cambiarono la sequenza dei cassetti senza avvertirlo. Così distribuì uno sgangherato arcobaleno di pitture ai malcapitati clienti, ignari del suo difetto della vista.

Non ingeriva nulla che non avesse già assaggiato. Se gli offrivi una pietanza a lui sconosciuta declamava orgoglioso: “No grazie, non l’ho mai mangiata in vita mia” e faceva di quella presa di posizione un punto d’orgoglio. Poi consumava mele bacate, cibi scaduti, e frutta troppo matura. Se glielo facevi notare, ti ricordava, con fare severo, che aveva fatto la guerra e che perciò non era avvezzo a disdegnare il cibo.

Da piccola l’avevo chiuso sul balcone per uno scherzo innocente. Era dovuto saltare nel cortile per rientrare dalla porta d’ingresso. Vent’anni dopo mi aveva reso la pariglia. Era già malato e non era più lucido. Avevano suonato alla porta ed ero uscita sul balcone per vedere chi fosse. Quando ho fatto per rientrare la finestra era chiusa, lui era seduto proprio dietro la maniglia. Gli ho chiesto di aprire, ma non mi ascoltava, lo sguardo assente, il pensiero rivolto ad un altrove per noi irraggiungibile, ma sulle sue labbra il sorriso beffardo di chi ha appena messo a segno un tiro mancino.

La sua trasmissione preferita erano le previsioni del tempo del colonnello Bernacca. Aveva lavorato la terra per gran parte della sua vita e anche quando aveva smesso gli era rimasta una curiosità patologica per le variazioni climatiche. Quand’era all’aperto cercava con la testa rivolta in alto un segnale da decifrare, un indizio da interpretare perché per un contadino i segreti del meteo li rivela il cielo.

Dopo pranzo faceva sempre un riposino, ma non si sdraiava. Si addormentava seduto al tavolo della cucina, i pugni chiusi sotto la fronte come uno scolaretto dopo poche ore di sonno e una lezione noiosa.

Aveva fatto la guerra in Montenegro. Portava gli approvvigionamenti alle truppe del fronte con un mulo che chiamava Talòn, che poi gli hanno ucciso. Per un lungo periodo il nome di quell’equino è stata la mia password d’accesso al pc di casa.

Amava i bambini, gli animali e il formaggio con i vermi.

Mi ha insegnato le preghiere, le tabelline e a non avere paura del buio.

Abitava la casa della mia infanzia.

Ecco, alla rinfusa, ciò che ricordo di mio nonno.

 

*Note: io do a tutti del tu, tranne che a te, prete.

 

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