confidenze da un amico

CONFIDENZE DA UN AMICO

“Pioveva e mi sono fermato sotto una grondaia per ripararmi. Lei è uscita dal portone di uno di quei palazzi d’epoca che da ragazza le piacevano tanto. Teneva per mano una bambina bionda, con gli occhi chiari come i suoi. Gli stivaletti della pioggia e un ombrellino rosa troppo inclinato. Mi sono passate a fianco correndo e lei non mi ha visto.”

Mentre me lo racconta noto che non è rilassato, e non è da lui. C’è qualcosa che lo agita, un che di poco naturale nel timbro della voce, una nota stonata. E’ a quel punto che sgancia la bomba, lo dice con un sorriso teso, ma sincero: “è il mio rimpianto più grande”. Mi spiattella la sua confessione su due piedi e poi è incontenibile, un fiume in piena. Più che il desiderio di sfogarsi, quello di depositare una confidenza, forse con la speranza di liberarsene consegnandola a qualcuno disposto ad accoglierla e a farla sua.

“C’è sempre stata fin da quel giorno all’università in cui mi ha passato gli appunti dell’unico corso che avevamo in comune. Galeotta fu una festa di studenti. Un ballo, un bacio, Milano d’estate. Non so esattamente cosa mi piaceva di lei, aveva una di quelle risate che non vengono via per niente, che ti devi conquistare, ma che poi, quando esplode, squilla come il cristallo e ti illumina la giornata.

“Per me erano gli anni delle tentazioni, della libertà, del desiderio di sperimentare e non mi sono mai tirato indietro, anzi. Non c’era niente che mi facesse davvero paura.” Tranne i sentimenti vorrei aggiungere, ma mi trattengo perché non è il momento.

“Eppure lei era sempre lì, con quella sua fragilità domestica, che le donava. Non credo di aver mai pensato che non fosse abbastanza. Non era bella, non in modo canonico, ma sapeva sorridere. Non era disinvolta, né spigliata, ma mi faceva ridere. Sembrava distratta e disinteressata agli aspetti pratici dell’esistenza, ma aveva un senso critico originale, che spesso mi sorprendeva .”

“Io ero bello ed intelligente”, lo dice ridendo, come se in fondo non ci credesse neppure lui “e fino a trent’anni ho creduto che il mondo fosse mio. Volevo divorare la vita, ero assetato di esperienze. Mi sentivo Ulisse legato all’albero della nave per sentire anche il canto delle sirene. Con lei ogni volta mi sembrava di tornare a Itaca, profumava di familiarità, di cose domestiche, e di quella casa che non ho avuto mai. Ma era proprio quello che allora non mi sembrava abbastanza. Io non volevo una casa, io volevo tutto il mondo.”

“E’ andata via piano piano, in punta di piedi, senza quasi che me ne accorgessi. Forse si è stancata di non avere l’esclusiva, forse sono state le mie fughe, le mie passioni clandestine o il fatto che non le ho mai detto quello che sentivo. Ad un certo punto mi sono girato e lei non era più lì.”

“No, non sono andato a cercarla.” Si cerca una scusa, una soluzione, le chiavi nella borsa, ma non chi ha trovato la propria strada, perché indietro non torna.

“Credo di averla amata, a mio modo. Forse ho amato solo lei.”

Ammetto che su queste parole ho avuto un cedimento. Fino a quel momento ero stata solidale con lui, un po’ perplessa, ma intenerita. Ma dopo che le ha pronunciate, mi è partita dalla pancia, senza che riuscissi minimamente a controllarla, un’ovazione silenziosa.

Davanti ai miei occhi era appena andata in onda la scena della rivincita di tutte noi che, almeno una volta nella vita, ci siamo innamorate di quello bello e dannato, di Danny Zuko, di Johnny Castle, di Dylan McKay e che però a differenza di Sandy, Baby e Brenda, dopo un momento di luce siamo state rimesse nell’angolo.

Niente di personale con il mio povero amico che in quel momento sembrava sinceramente pentito, ma che all’epoca, vi assicuro, non si era comportato per niente bene.

Ho pensato che per noi, che abbiamo guardato “Io ti salverò” troppe volte, che abbiamo provato a metterlo in scena nella realtà e che poi abbiamo pagato con fiumi di kleenex la nostra sciocca sindrome da crocerossina, quelle parole avessero il sapore di un riscatto, il suono di una rivalsa.

Poi però ci ho riflettuto, ho preso quella magra soddisfazione e l’ho ricacciata nella pancia, dov’è giusto che stesse e ho pensato che era un peccato. Perché a pensarli insieme erano davvero belli, sembravano una di quelle sculture moderne che assemblano elementi diversi ma nell’insieme armonici e complementari. E mi sono sentita triste per loro perché una possibilità non se la sono mai data davvero.

La verità è che lei dall’angolo si è tirata fuori da sola. Ad un certo punto ha capito che per brillare non aveva bisogno che qualcuno le puntasse addosso un riflettore perché la luce ce l’aveva dentro. Doveva solo trovare il modo per tirarla fuori. Così ha seguito un progetto, una passione ed è partita, ha preso l’aereo ed ha provato  a realizzare un sogno.

Mentre lo accompagnavo all’aeroporto, in macchina c’era un’atmosfera malinconica. Tornava a casa, nell’ombelico del mondo, da un lavoro prestigioso e una posizione di potere. E’ ancora un bell’uomo e credo che non fatichi a trovare qualcuno che gli scaldi le notti. Eppure, quando si è voltato per passare dai tornelli, mi sono soffermata a guardarlo e mi sono accorta che non riuscivo a vedere altro che le spalle di un uomo solo.

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