Fino a pochi giorni fa, sulla consolle del mio soggiorno, svettavano indisturbate due bellissime potiche giapponesi.
Le avevo acquistate qualche Natale fa alla fiera dell’artigianato da un amabile vecchietto che aveva allestito il suo stand per svuotare definitivamente il negozio di articoli orientali che, per una vita intera, aveva gestito insieme alla madre .
Ne ero rimasta folgorata. Dalle potiche non dal vecchietto. Erano in ceramica raku, ricoperte da una ragnatela di venature che, pur sembrando fratture, formavano un sofisticato decoro. Erano eleganti senza essere sfarzose, erano particolari senza essere eccentriche. Le avevo comprate di slancio, incurante del prezzo, non certo contenuto e del peso (massimo) di ciascuna, e le avevo posizionate nell’angolo più in vista del mio soggiorno al quale conferivano, dall’alto di una consolle di ciliegio, un’aria vagamente esotica.
Era l’acquisto meglio riuscito degli ultimi anni, una mia piccola soddisfazione personale. Troppo riduttivo liquidarle come due semplici vasi. Per darvi un’idea posso dirvi che erano come un paio di Manolo Blahnik per Carrie Bradshaw. Stavano lì a ricordarmi come a volte le crepe, negli oggetti come nelle persone, invece di apparire difetti, aggiungono fascino all’insieme.
L’altra sera ero in bagno ad asciugarmi i capelli, il Torinese in cucina preparava la tavola per la cena mentre i bimbi erano in soggiorno a giocare. Ad un certo punto ho sentito un tonfo secco provenire dalla stanza accanto e subito dopo il rumore di qualcosa che andava irrimediabilmente in frantumi. Ho pensato ai bambini e mi si è gelato il sangue nelle vene.
Con le gambe di gomma ho raggiunto il soggiorno e il mio cuore ha ripreso a battere solo quando ho realizzato che loro stavano bene. Poi mi sono girata e le ho viste.
Sul parquet del soggiorno, riversa a terra come un cavallo azzoppato, giaceva la consolle, mentre sparsi ovunque, i cocci delle mie povere potiche rivestivano il pavimento. Impossibile provare a ripararle, erano andate in mille piccolissimi pezzi.
E’ stato a quel punto che una voce ha rotto il silenzio. “Meno male che non sono stato io mamma” ha esordito tutto sollevato mio figlio piccolo “altrimenti Babbo Natale mica me li mi portava i regali”. E, mentre proferiva la sua velata accusa, mi saltellava attorno tutto fiero della sua immacolata innocenza. Era chiaro a quel punto chi fosse il colpevole di quello scempio.
Mia figlia grande se ne stava in piedi in silenzio, il labbro inferiore, curvato in una smorfia, tremava leggermente, come accade a chi sta per scoppiare in un pianto a dirotto.
In un tale sfacelo sentivo il mio cervello pensare: “è tutto sotto controllo, l’unica cosa importante è che i bimbi non si siano fatti niente, il resto è semplicemente un danno materiale e io non sono una persona venale, sono solo due stupide potiche giapponesi che non facevano altro che stare lì a prendere polvere, chi se ne frega, non importa, quel che conta è la salute”.
E mentre pensavo a queste cose, del tutto incurante dei miei pensieri, un piccolo rivoletto salato scendeva inesorabilmente la china delle mie guance, mentre un urlo sguaiato risaliva impietosamente dal profondo delle mie viscere scandendo lettera per lettera il testo di una parola irripetibile.
E niente. Sono una pessima persona.
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