andare a scuola elementare

OPEN DAY E AMARCORD

L’altro giorno sono andata all’open day dell’istituto scolastico al quale ho intenzione di iscrivere la mia primogenita che l’anno prossimo, a dispetto dell’incredulità materna, inizierà la scuola elementare.

Una singolare coincidenza di eventi vuole che la bimba frequenterà la stessa struttura nella quale una trentina di anni prima era iscritta la sua mamma. Così, dato che sono una creatura nostalgica per natura e sentimentale per indole, quando ho iniziato il tour della scuola elementare non ho potuto fare a meno di ripercorrere in lungo flash back i miei primi anni dietro ai banchi.

Quando ho iniziato il giro di ricognizione ho avuto come l’impressione che il mondo, che mi sembra sempre vada troppo in fretta, lì dentro si fosse fermato.

Ho rivisto per prima la palestra. Era lì che tanti anni prima, in occasione del mio primo giorno di scuola, mi aveva accompagnata per mano la mia mamma. Ero arrivata in città solo ventiquattr’ore prima, sradicata, senza troppi preamboli, dal borgo in Oltrepò per iniziare la scuola elementare. In quella palestra avevo atteso che la preside chiamasse il mio nome, poi mi ero recata nella mia classe, la Prima A. Mi ero seduta al primo banco e con una sicumera del tutto eccezionale, per la bambina timida che ero, avevo girato la schiena per fare amicizia con l’alunna seduta dietro di me, lasciando mia madre stupita e in parte sollevata.

Ho ripercorso poi gli ampi corridoi con le piastrelle bianche e nere disposte in grandi righe diagonali dove da bambina giocavo a calpestare solo le file bianche che, nelle mie fantasie infantili, toccare le nere voleva dire andare all’inferno. Ho ritrovato le grandi finestre luminose, fuori dalle quali da bambina immaginavo un mondo facile e accogliente, un mosaico di piccole cose semplici.

In fondo alle scale, in uno stanzone del seminterrato, c’è ancora la mensa dove, sebbene nell’aria non vi fosse alcun odore, mi è sembrato di sentire una zaffata di sugo al pomodoro e di pasta stracotta. I tavoli erano spogli, ma io li ho rivisti apparecchiati con la bottiglia di vetro del latte, spesso unico sostentamento del mio frugale pranzo, i piatti di pasta, che se provavi ad a mangiarne un boccone ti restava appiccicata l’intera porzione alla forchetta e il gelato del venerdì al gusto di panna e cioccolato, quello che barattavo in cambio dei compiti di matematica per il lunedì successivo.

Nelle aule mi è persino sembrato di rivedere la maestra Letizia che ogni mattina, prima dell’inizio delle lezioni, faceva cantare ai suoi allievi l’inno d’Italia o la canzone del Piave, della quale ancora oggi ricordo ogni strofa. Era un’insegnante rigorosa e appassionata ed è grazie a lei se oggi coniugo correttamente il congiuntivo e scrivo scienza e coscienza con la i, anche senza il correttore.

Dalle finestre al primo piano ho rivisto l’enorme giardino di castagni, ambientazione dei miei lunghi pomeriggi al dopo scuola. Era terreno di battaglie con i ricci e di bernoccoli in testa, di sfide all’ultimo sasso tra maschi e femmine e di interminabili partite a pallavolo. C’erano sempre un elastico da saltare, una palla da tirare, e delle compagne antipatiche che volevano comandare.

E poi c’ero io, con i capelli a caschetto e le guance rosse da bambina di campagna, con quel mal di pancia inspiegabile che era il sintomo di una nostalgia impossibile da raccontare a parole. Ero una bambina timida e distratta, ma avevo una fantasia sfrenata e incontenibile che lasciavo libera nel quaderno rosso, quello con i pensierini che talvolta la maestra leggeva in classe, mentre su quello blu manifestavo sin d’allora la mia profonda antipatìa per i numeri.

C’era un odore buono l’altro giorno nella mia scuola elementare, sapeva di matite temperate, di colla stick e di sugo al pomodoro, profumava di avventure vissute intensamente, di amicizie disinteressate e di stupori dell’infanzia.

E mentre tornavo a casa, con ancora addosso quella fragranza, pensavo che i giorni che ho passato tra quelle mura sono stati tra i più belli della mia vita, che la felicità sembrava a portata di mano e il mondo appariva un bel posto visto da dietro a quelle enormi finestre.

Mi sono sorpresa di buon umore a pensare che mia figlia camminerà in quei corridoi a strisce bianche e nere, guarderà il mondo da quelle grandi finestre e chissà magari porterà a casa un po’ di quell’odore buono che mi ricorda i miei giorni più felici. Allora, forse, avrò l’impressione di aver condiviso con lei un pezzetto d’infanzia.

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