ATTESE

E’ nelle giornate come questa, quando, dopo un rigido inverno, il sole ricomincia a fare capolino e il cielo torna a tingersi d’azzurro che mi tornano in mente certe giornate della mia giovinezza, quella dei vent’anni.

Il periodo di quel perpetuo sfarfallare dello stomaco, che era sì innamoramento, ma che non era rivolto solo verso una persona, investiva piuttosto la vita in generale.

Mi sovvengono alcuni pomeriggi lenti spesi ad aspettare, che ancora adesso non lo so bene cosa.

Di vedere passare, dai tavolini di un bar, la macchina dell’amato e sentire la pancia fare una capriola e il cuore affrettare il passo.

Che arrivasse la sera, per mettersi in macchina e partire senza sapere dove andare, quello che contava era stare nel gruppo, immersi nel branco. Perché a volte a vent’anni hai bisogno di annacquare la tua identità per entrare a far parte di qualcosa di più definito e meno fragile.

Di andare a un concerto rock per sentire che la felicità è tutta compresa nel testo di una canzone da gridare stonando dagli spalti gremiti di uno stadio.

Di passare un esame all’università per poi partire con la tenda e il sacco a pelo verso un’isola greca e un’avventura da rievocare da grandi davanti a un bicchiere di vino e un’insalata di ricordi.

Che arrivasse una telefonata, quella che ti faceva guardare cento volte il telefono e sussultare ad ogni squillo e poi magari era solo tua madre che ti cercava per la cena.

O forse stavamo solo ad aspettare che il futuro prendesse forma, che individuasse il sentiero da percorrere, per venirne risucchiato come l’acqua quando s’infila nell’imbuto. Ma lo facevamo dalla prospettiva privilegiata di chi sa che il suo orizzonte è un disegno indefinito e la tavolozza dei colori ancora intonsa.

Ed era proprio quell’attesa che rendeva la giovinezza un posto magico, era il brivido del ceramista che mette la creta sul tornio l’istante prima di iniziare a plasmarla, era la vertigine del nuotatore appena prima di saltare dal trampolino, perché, ce l’hanno detto in tutte le salse, l’attesa del piacere è essa stessa piacere.

Poi però la vita una forma la prende e anche una direzione, che forse non sarà per sempre, ma vede inevitabilmente restringersi la varietà  dell’offerta.

Perché la giovinezza è ricoperta da una patina sottile che prima o poi s’infrange e dalla fessura rischiano irrimediabilmente di scivolare fuori lo stupore e il mistero che accompagnano i vent’anni.

E allora tocca a noi andare a cercare la vertigine, impedire che il destino ci appaia come un libro già scritto, di cui conosciamo la trama. Tocca a noi fare in modo che l’avvenire ci riservi altri imprevisti, nuovi debutti e che, con i colori rimasti nella tavolozza, dipinga le tele che sinora ha lasciato bianche e ne faccia dei ritratti d’artista.

Nel farlo ciascuno ha il proprio metodo, c’è chi cerca di riacciuffare la giovinezza con le punture di botulino, chi con lunghe maratone in palestra o chi ancora si cerca un toy boy/girl come amante.

Io invece provo a rianimarla con un’altra strategia. Preparo una pozione: ci metto i sogni, le passioni, e qualche piccolo talento, infine le mescolo nella speranza che sia la ricetta giusta affinchè continui a dare frutti.

Poi, faccio come facevo a vent’anni, mi metto in attesa e aspetto.

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