barriere integrazione

BARRIERE

Mio figlio piccolo ha, come tutti i bambini, carenze e virtù.

È un bambino affettuoso, ma allo stesso tempo, poco accudente. Non lo è per nulla con la sorella che, pur adorando come una Dea, schiaccia, spinge e stritola come fosse una pallina antistress. Non lo è neppure con i suoi giocattoli che maltratta fino a ridurre in brandelli.

È per questo che mi sono piuttosto sorpresa quando la sua maestra d’asilo mi ha annunciato che ha preso sotto la sua protezione Cheng, un bimbo cinese che ha una particolarità: ­­­­­­­­non capisce, né parla una parola di italiano.

“Quando mi palla non capicco gnente” mi racconta riferendosi all’amico. Ciononostante sembra che Matteo lo abbia adottato. Gioca con lui tutto il tempo, gli dà la mano per andare in mensa o in giardino, dorme accanto a Cheng durante il sonnellino pomeridiano e dice in giro che il piccolo asiatico è il suo amico del cuore.

Sebbene sia convinta che i bambini dispongano di risorse insospettabili che consentono loro di superare con disinvoltura barriere per noi invalicabili, quando ho provato ad immaginare il ménage quotidiano di due bimbi che parlano lingue tanto diverse tra loro, ho faticato a farmi un’idea delle loro modalità d’interazione.

Ad un certo punto avevo persino pensato che il mio secondogenito avesse fatto del piccolo Cheng un suo devoto adepto, una sorta di fedele seguace che, in cambio di attenzione e sostegno, fosse disposto a tollerare le sue bizzarre intemperanze.

Sono stata però smentita dall’evidenza. Se un bimbo dell’asilo lo spinge, lui mi dice che è stato birichino, ma se lo fa Cheng sostiene che non l’ha fatto apposta. La mattina mi chiede di mettergli la sua maglietta preferita, quella con Saetta McQueen, perché deve farla vedere all’amico e lo stesso fa con le macchinine.

Il segreto della loro intesa resta dunque per me un divertente mistero, che sembra destinato a restare senza soluzione, dato che pare che in questi giorni ci sia stato un colpo di scena piuttosto sorprendente.

“Mamma ho insegnato a Cheng a parlare” ha annunciato, tutto orgoglioso, di ritorno dall’asilo il piccolo di casa (evidentemente, per lui, il cinese, non è contemplato nel novero delle lingue parlate, ma deve sembrargli piuttosto un coacervo di suoni onomatopeici).

“Davvero?” Ho detto io “e quali parole gli hai insegnato ?”.

“Ciao!”

“mi sembra un buon inizio, poi?”

“no!”.

“ecco, magari gli suggeriamo anche di dosarlo con parsimonia”.

E infine ha aggiunto quella buffa parola che usa per dire elicottero (che non è esattamente indispensabile per impostare una conversazione quando neppure si conoscono i rudimenti di una lingua, ma tant’è).

Anche qualora Cheng avesse davvero memorizzato quel trittico di parole mi è sembrato eccessivo sostenere che abbia addirittura imparato la nostra lingua, ma ho apprezzato lo sforzo del suo insegnante.

Poi stamattina mentre accompagnavo i bimbi all’asilo ho incrociato la maestra. “L’idillio prosegue” mi ha annunciato divertita alludendo al legame tra i due bimbi. E ha aggiunto: “ soprattutto adesso che Cheng ha iniziato a parlare l’italiano”, poi, probabilmente di rimando alla mia espressione stupita, ha concluso: “il rapporto con Matteo l’ha fatto sentire accolto e più sicuro e lui ha rotto gli indugi e ha iniziato a ripetere tutto ciò che dice l’amico”.

Così se mi aveste incrociata stamane mentre andavo al lavoro non avreste faticato ad accorgervi che un sorriso increspava i lineamenti del mio volto.

Uno dei motivi è che stavo pensando che in un mondo dove l’integrazione sembra una chimera, lontana anni luce dalla sua realizzazione, il fatto che i bambini se la sbrighino così bene, fa ben sperare sulla possibilità che, prima o poi, potremo farcela anche noi grandi. L’altro, è che l’immagine di un bimbo cinese che andrà per il mondo a dire “eliococcolo” l’ho trovata irresistibile.

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