mercato varzi

AL MERCATO DEL VENERDI’

Al venerdì mattina, nel borgo in Oltrepò, c’è il mercato.

Un tempo era un evento piuttosto pittoresco perchè vi si teneva la compravendita del bestiame.

Oggi, quanto meno all’apparenza, non ha nulla di particolare. Assomiglia a qualunque mercato cittadino dove le bancarelle dei cinesi hanno preso il sopravvento. Trovi il banchetto del pollo allo spiedo affianco a quello della frittura di pesce e c’è pure la bancarella che, dall’ago al missile, spaccia di tutto.

Eppure la fiera del venerdì rappresenta una tappa fissa e irrinunciabile delle mie vacanze estive perchè è un luogo di incontri davvero sorprendenti.

Tra una ciabatta di spugna e un paio di mutande capita di incrociare un’amica che non vedi da almeno un paio di lustri, ma che nell’estate dei tuoi quindici anni frequentavi con cadenza giornaliera. Adesso ha tre figli e le perle al collo, ma allora fumava più canne di un rasta giamaicano e alternava fidanzati con lo stesso ritmo di Brooke Logan.

Così, al mercato del venerdì, non puoi fare a meno di pensare che, talvolta, le persone cambiano con modalità del tutto imprevedibili e che la vita è bella anche perchè tesse trame tortuose e intrise di colpi di scena.

Ma alla fiera in Oltrepo’, tra tra un pollo allo spiedo e un pigiama di flanella, può capitare di incontrare un ex fidanzato, uno di quelli belli e dannati per cui ti struggevi nelle estati dei tuoi vent’anni e che adesso porta a spasso un fisico imbolsito e una stempiatura incipiente. Gli passi accanto e provi ad incrociarne lo sguardo per scambiare almeno un saluto di circostanza, ma lui tira dritto come se non ti avesse vista o, peggio ancora, riconosciuta. Poi però quando ti giri per chiamare tuo figlio lo sorprendi mentre si è girato a fissarti con sguardo da triglia.

Allora hai la conferma di esserti conservata meglio di lui. A saperlo a vent’anni ti saresti strutta di meno.

Al mercato del venerdì, tra una zucchina e un pomodoro, ti puoi imbattere in una parente che non vedi dalla tua prima comunione. Di lei non solo non ricordi il grado di parentela, ma ti sfugge persino se la consanguineità è il linea paterna o materna. Invece lei di te si ricorda benissimo e parte con un interrogatorio a metà strada tra il terzo grado e l’inquisizione. E tu speri solo, che alla fine di questa tortura, ti conceda almeno l’assoluzione.

Poi però si mette a raccontare un episodio dei tempi in cui c’erano i nonni e tu eri piccina, e allora l’ascolti come fosse l’oracolo di Delfi in procinto di rivelare il responso.

Al mercato del venerdì davanti al banco dei formaggi può capitare che ti venga incontro un omone sdentato e indifeso che conosci da quando eri bambina. “Gnìa granda! Piansa po’” annuncia perentorio indicando tua figlia grande che gli sorride compiaciuta. Poi guarda il cielo e con aria competente ti rivela il suo prognostico: “Piova mìa!” proprio mentre un drappello di nuvole grigie si staglia minaccioso all’orizzonte. Infine si allontana: “Buonasira!” grida a squarciagola mentre tu non puoi fare a meno di notare che non è ancora mezzogiorno.

Tra i banchi del venerdì si aggirano ignari, personaggi del mio passato, apparentemente estranei tra loro, ma collegati nei miei ricordi come le tessere di un mosaico. C’è chi mi riporta all’infanzia, chi agli anni dei tormenti adolescenziali, chi all’età dorata della giovinezza.

E così, insieme alla spesa, infilo nel sacchetto tracce di incontri che evocano ricordi lontani, da conservare con cura tra le pieghe della memoria e da tirare fuori nei giorni bui d’inverno, quando la noia si fa spessa come la nebbia padana e deforma la realtà facendo sembrare la vita una tela grigia e uniforme quando invece è un mosaico colorato e imprevedibile.

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