violenza donne

CRONOLOGIA DI UN SOPRUSO

Mia mamma racconta che sua nonna dava del voi al marito, mentre lui le si rivolgeva utilizzando la seconda persona singolare. Quando mangiavano, mentre il capofamiglia stava comodamente seduto a tavola, la mia bisnonna consumava il pasto in disparte, appollaiata su di una sedia, perchè al desco non c’era spazio per tutti.

Era il 1950 e in Italia le donne votavano solo da qualche anno.

Una collega di mia madre arrivava al lavoro piena di lividi sul collo che cercava maldestramente di nascondere con un fondotinta troppo chiaro. Doveva essere affetta da una labirintite cronica che ne aveva compromesso l’equilibrio perchè cadeva ovunque: nella doccia, sulle scale, contro lo spigolo del lavello. O almeno così raccontava alle colleghe che la interrogavano sull’origine di quelle escoriazioni. Lei, a dire di mia mamma, era una donna minuta e gentile. Il marito invece era un uomo grande, grosso  e con un debole per l’alcool.

Erano gli anni settanta e nel mondo le femministe bruciavano i reggiseni in piazza e inneggiavano alla legalizzazione dell’aborto.

Quando frequentavo le medie il preside, un uomo sulla cinquantina, imponeva a chi frequentava il suo istituto di indossare il grembiule. La cosa singolare era che la prescrizione era rivolta solo alle alunne. Gli allievi maschi erano esonerati in branco. La ragione ufficiale, e di per sé scandalosa, era che le fanciulle sono per natura creature più vanitose dei loro compagni e pertanto vanno coperte affinché evitino di sfoggiare indumenti che possano mettere in evidenza le differenze di classe, e già che ci siamo, anche quelle curve che ingenerano fantasie pruriginose nei poveri adolescenti maschi già vittime dell’esplosione ormonale.

In compenso il professore di matematica si aggirava tra i banchi slacciando il reggiseno alle ragazze. Quando l’episodio venne portato all’attenzione del preside l’insegnante molesto non fu rimosso dal suo incarico né tanto meno venne sospeso.

Erano gli anni ottanta, nel Regno Unito Margaret Thatcher veniva eletta primo ministro, mentre in Occidente nasceva il mito della donna in carriera ed esplodeva la moda del tailleur.

Quando ero ventenne, sulla tratta Milano – Voghera, un controllore delle FS è entrato nel vagone dove viaggiavo da sola. Insieme al mio biglietto ha pensato bene di dare un’occhiata anche alle mie misure. Quindi si è sentito in dovere di fare una serie di apprezzamenti la cui volgarità mi astengo dal riportare, ma che è quanto di più vicino alla parola schifo le mie orecchie abbiano mai udito.

Era la seconda metà degli anni novanta e lo stupro veniva rimosso dai reati contro la morale per essere rubricato a pieno titolo tra i delitti contro la persona.

Ad un’amica imprenditrice, che stava attraversando un periodo di difficoltà sul lavoro, un allegro settantenne con molti mezzi e poco rispetto, ha garantito che sarebbe riuscito a procurare una discreta clientela. In cambio – le ha fatto capire, senza troppi giri di parole – si aspettava che la mia amica fosse“molto carina con lui”.

Erano gli anni della crisi economica. Lei ha rifiutato la proposta, chiuso la partita IVA e cercato un’altra occupazione. Oggi lavora in un call center.

Imma aveva appena accompagnato a scuola la sua bambina prima di venire freddata con un colpo di pistola. A premere il grilletto era stato il suo ex marito che lei aveva denunciato per maltrattamenti.

E’ solo uno dei numerosi casi di cronaca archiviati dalla stampa come femminicidio che sono stati commessi nel corso dell’anno corrente. I dati su questo tipo di reato dall’inizio del 2000 ad oggi sono un sanguinoso bollettino di guerra e risultano drammaticamente in crescita.

Quello che colpisce è che spesso la vittima viene uccisa in famiglia, quasi sempre dal proprio compagno dopo abusi e violenze reiterate nel tempo. Spesso il movente è di natura passionale: alcuni degli assassini lo chiamano “troppo amore”, gli inquirenti preferiscono definirlo possesso.

Corre l’anno 2018 e c’è ancora tanto, troppo lavoro da fare.

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