bimbi senegalesi

PA

La prima volta che lo vedo nuota nel mare. A differenza degli altri bimbi della sua età non indossa braccioli né occhialini ed è strano perchè è solo. Mi guardo in giro più volte per controllare che qualcuno vigili sulla sua incolumità, ma dalla spiaggia nessuno sembra prestargli attenzione. E a dirla tutta non serve perchè si muove tra le onde come un giaguaro nella foresta.

Lo rivedo nel pomeriggio. Gioca in mare con una coppia di ragazzi poco più che adolescenti. Lo sollevano in aria e lo lanciano in acqua. Lui riemerge ogni volta ridendo e così facendo mette in mostra un’ordinata schiera di denti bianchi che risaltano come perle in quel guscio color catrame. E allora credo di aver capito: è un bambino adottivo che gioca tra le onde con i fratelli più grandi.

Poi una mattina sono sul bagnasciuga con i miei figli. Vorrebbero costruire un castello di sabbia, fa caldo e non ne ho voglia, ma li assecondo. Quando alzo gli occhi lo trovo in piedi davanti a noi. Non so da quanto sia lì, nè da dove sia sbucato. Mi guardo intorno e ancora una volta non individuo nessuno che badi a lui.

“Vuoi giocare?” gli chiedo nella speranza che continui l’opera al posto mio, ma mio malgrado non risponde. Allora riformulo la domanda mentre gli porgo la paletta. “No parlo italiano” replica di rimando, ma afferra lo strumento e inizia a scavare, con palate energiche, un fossato intorno alla nostra fortezza di sabbia. In quel momento capisco di essere riuscita ad arruolarlo.

Di lì a poco, si unisce all’impresa un’altra bimba, anche lei comparsa dal nulla. Ha i capelli scuri come la sua pelle, raccolti con cura in tante piccole trecce e un moccio al naso che andrebbe asciugato.

“Come vi chiamate?” provo a chiedere, ma ancora una volta non ottengo risposta. Allora mi presento, scandendo piano il mio nome, e poi faccio lo stesso con quello dei miei figli. La strategia si rivela efficace perchè il piccolo finalmente capisce e soddisfatto ci rivela il suo nome, si chiama Pa, e quello della sorella.

Sollevata per essere riuscita a rompere il ghiaccio cerco di approfondire la conoscenza chiedendogli dove sia la sua mamma e questa volta afferra subito: si scosta dal petto una maglia immaginaria e indica la spiaggia. Adesso sono io a capire.

E infatti ecco che si fa largo tra gli ombrelloni, con falcata da pantera, una donna che del felino indossa anche il colore. Ha in mano delle grucce con appesi alcuni indumenti da spiaggia e un cartello al collo ricoperto di fotografie che ritraggono acconciature afro. E’ la mamma di Pa.

Quando vede che sono in compagnia dei suoi figli si ferma e ci raggiunge. Ha un sorriso aperto e gentile. Mi racconta, in un francese stentato, che è senegalese e che è in Italia da poco più di un mese, per questo i suoi figli non parlano la nostra lingua. Poi si congeda e si avvia tra le sdraio, torna ad annodare treccine e a vendere parei ai bagnanti in vacanza.

I bambini li lascia lì, non ha tempo per vegliare su di loro. Forse gli ha insegnato a cavarsela da soli, forse si fida di loro e del popolo della spiaggia. Forse al suo Paese con i bambini si fa così.

Pa e la sorella comunque restano. I miei figli però, sono due creature portate al dialogo e perdono presto interesse nei confronti di questi bimbi con i quali, pur provando, non riescono a comunicare.

Pa tenta di rimediare offrendogli la sua pistola ad acqua, ma neanche questo funziona, perciò decide di andarsene. Ma prima raccoglie i giochi dei miei bambini, li sciacqua nel mare e li ripone con cura sotto l’ombrellone. Poi batte sulla spalla di ciascuno di loro e sventola la mano in segno di commiato, infine viene da me e mi schiocca un bacio sulla guancia.

Poi il piccolo lord africano prende per mano la sorellina e scompare tra gli ombrelloni.

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