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DI LONDRA, SINTOMI D’ADOLESCENZA E PRESE DI COSCIENZA

Mi investe come un pugno in pieno volto un rigurgito di adolescenza. Forse è l’estate che mi sveste in parte del ruolo di madre, forse è complice un serie tv che risveglia sensazioni di pancia, fatto sta che mi prende una nostalgia incurabile di cose andate che non torneranno, di emozioni elevate all’ennesima potenza, di giorni d’estate sulle rive di un fiume. E di avventurose vacanze studio in Inghilterra.

Sì, perchè non vi ho mai detto che ho trascorso a Londra tutte le estati della mia adolescenza. Ricordo che l’inverno, come un carcerato che conta le albe che lo separano dalla libertà, facevo il conto alla rovescia cancellando sul diario di scuola i giorni che mancavano al mio ritorno.

Vivevo insieme a una tipica famiglia inglese in una casa in stile vittoriano con il bovindo in facciata e il giardino sul retro. Di giorno frequentavo una scuola per studenti stranieri e la sera, con i compagni di corso, bevevo Guiness di straforo al pub di quartiere. Nel tempo libero vagavo per la città, visitavo mostre e quartieri, facevo shopping a Camden Town e lunghe passeggiate al parco.

Mi ero presa una cotta che credevo irreversibile per il figlio più grande della mia host family. Si chiamava James, aveva modi gentili e il viso slavato. La goffa timidezza di un’adolescente imbranata mi aveva impedito di dichiararmi, ma non di sognare di addormentarmi avvinghiata al suo petto come un boa constrictor. Poi, nel sogno, mi sarei trasferita a Londra con lui. Avremmo avuto una casa col bovindo e tre figli dalla pelle sbiadita.

Un’estate avevo lavorato come cameriera in un ristorante italiano. Il proprietario ci faceva sedere di fronte alla vetrata affinchè sembrassimo avventori. Sosteneva, a ragion veduta, che un locale vuoto scoraggia la clientela. Ricordo che da quella postazione mi piaceva osservare i clienti che entravano. C’erano famiglie multietniche con bellissimi bambini meticci, coppie gay che si tenevano con naturalezza per mano, uomini d’affari che avrebbero cenato da soli.

Quello mio per Londra era un innamoramento in piena regola. Come per un’adolescente alla prese con la prima cotta, della capitale britannica mi piaceva tutto. Dall’architettura di case a schiera con i mattoni a vista, ai negozi con le insegne lignee, ai mercatini all’aperto. Della città amavo anche la voce, quella lingua che suonava così diversa da come l’avevo imparata a scuola e che era anche per questo terribilmente affascinante.

Ma di Londra mi aveva catturato soprattutto il carattere: l’apertura mentale da cui era animata e il sapore di internazionalità. Amavo la disponibilità che dimostrava ad accogliere culture e usanze diverse e la possibilità che concedeva a chiunque di sperimentare la propria personalità, senza tabù né pregiudizi.

Ma soprattutto mi piaceva l’effetto che aveva su di me. Io che ero sempre stata una creatura piuttosto convenzionale e per nulla ribelle a Londra diventavo spavalda e avventurosa. Mi incuriosiva sperimentare: assaggiare sapori diversi, conoscere persone e culture straniere e scoprire posti nuovi. Mi sentivo libera e padrona di me stessa.

Poi come accade spesso a quell’età, l’innamoramento è passato, di colpo e senza motivo. Semplicemente ho rivolto il mio sguardo altrove e mi sono lasciata trasportare da altre passioni. Oggi posso dire che Londra mi è rimasta nel cuore come un amico di gioventù con cui ho trascorso dei giorni bellissimi e poi ho perso di vista.

Quest’anno con i bambini e il Torinese ho fatto una piccola vacanza a Dublino. La città, nonostante le evidenti differenze, mi ha ricordato tanto la mia Londra di 20 anni fa. Allora ero una giovane donna alla ricerca della propria identità con in testa un teorema di progetti vaghi e un nugolo di sogni da definire. Oggi sono una donna adulta che può fare il punto di quello che ha realizzato e di ciò che ha lasciato andare.

Eppure c’è un evidente trait-d’union che lega la ragazza di allora alla donna di oggi. E’ un aspetto che è rimasto integro nonostante il tempo abbia provato a corromperlo. Quello che realizzo è che sono ancora quella ragazza che amava il piacere della scoperta e sulla quale il nuovo esercitava un magnetismo potente e irresistibile. Quella alla quale il viaggio regalava un’impagabile sensazione di libertà. Quella che si sentiva a casa in un Paese straniero.

Ed grazie a questa presa di coscienza che la vacanza a Dublino mi restituisce a me stessa e alla donna adulta che sono, curando senza saperlo le mie nostalgie da adolescente.

Perchè a volte per vivere pienamente l’età adulta, intesa come quella dei doveri e delle responsabilità, dobbiamo sapere che la parte giovane a avventurosa di noi è ancora a portata di mano e che, quando vogliamo, possiamo recuperarla e lasciarla libera di scorrazzare.

Per stabilire un contatto non sono necessari gesti eclatanti: a volte basta una serata tra amici e un bicchiere di vino. Altre un plaid e un cielo stellato. Devo dire che a me aiuta molto salire su un aereo.

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