FERMATE E RIPARTENZE

La ripresa si rivela dolce quest’anno. Ci fa scivolare lenti dai pendii della collina fin giù in città. E’ un atterraggio morbido, foderato dai ritmi rilassati del lavoro da casa.

C’è aria di risveglio qui a Milano, di cose che ricominciano, che riprendono il loro spazio. Certo è una ripartenza prudente che si guarda intorno circospetta, con la cautela di chi sa che il nemico non è ancora sconfitto, ma se ne sta nascosto in agguato, pronto a colpire non appena abbasseremo la guardia e le mascherine.

E allora avanziamo circospetti cercando di scacciare dalla mente lo spettro del lockdown. Però c’è anche la voglia di riprenderci le nostre vite e di dar loro una direzione, come ogni settembre che si rispetti. Perchè i nuovi inizi hanno l’odore dolce della frutta quando inizia a maturare e viene voglia di prenderla a morsi.

Così anche io preparo progetti e delineo programmi per dare al mio inverno un aspetto e una andatura che mi somiglino. Però quest’anno resto consapevole del fatto che ci saranno idee da disfare e piani da sospendere.

Perchè, come ci ha ricordato questa terribile pandemia, se vuoi far ridere Dio, devi raccontagli i tuoi progetti. E in effetti basta un niente affinchè vada tutto gambe all’aria o semplicemente che le cose non vadano secondo i nostri programmi, come le avevamo pensate noi.

E a onor del vero io ci sono piuttosto abituata. Per quanto mi sforzi di dare una direzione alla mia barchetta, spesso arriva una folata di vento a portarla altrove. E devo dire che di solito non la prendo esattamente con filosofia, ma mi dispero e penso che tutto sia perduto, che non potò più porvi rimedio.

Questa estate per dirne una ho inviato un racconto ad una rivista letteraria. La redazione mi ha risposto che, sebbene una parte dei redattori l’avesse apprezzato, avevano poi scelto di non pubblicarlo. Ecco, io per tutta risposta avevo deciso di non scrivere più racconti. L’avevo presa bene, insomma.

La verità è che questo tipo di reazione non è altro che un escamotage per trasformare gli imprevisti o i fallimenti (e le conseguenti dolorose frustrazioni) in pretesti per assecondare la mia pigrizia o in scuse per evitare il cambiamento. Perchè il risultato era che mollavo subito il colpo.

E allora adesso provo a cambiare strategia. Davanti ad una sconfitta, che dipenda da cause di forza maggiore o direttamente da me, non spendo più energie per crogiolarmi nella mia frustrazione, ma tento di usarle per ridisegnare programmi e inventare percorsi alternativi. Poi rimetto la barchetta nell’acqua e riprendo a navigare. Trovo una rotta diversa per arrivare alla meta e confido nei favori del vento.

Sto diventando un’esperta in piani B. Se mi chiudono in faccia la porta principale io provo a bussare a quella sul retro. Così ho cancellato irrecuperabile e irrimediabile dal mio vocabolario privato e li ho sostituiti con rivedibile e migliorabile.

Ho scoperto che i percorsi lineari non sono nel mio stile. Io procedo lungo piani spezzati, disegnando serpentine. O forse adesso la mia vita mi piace pensarla così. Ed è una prospettiva più impegnativa, che ti costringe a darti da fare, a lavorare con costanza e a faticare.

Ma è anche un modo bellissimo per restare in gioco e sentirsi vivi.

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