STORIA DI UN GATTO


L’avevamo trovata una mattina d’estate tra le piante di fagioli nell’orto della casa del nonno. Se ne stava nascosta, con l’intera figura, tra le foglie di borlotti. Solo il muso spuntava fuori, mettendo in evidenza un paio di occhi vispi che rivelavano all’unisono curiosità e terrore. Era stata abbandonata di notte, gettata tra gli ortaggi da chi aveva deciso che non se ne voleva più prendere cura.

Era ancora un cucciolo ed era già molto graziosa. Aveva una pelliccia nera che sembrava non essere sufficiente a coprirle tutto il corpo, perchè, oltre al muso, lasciava scoperte le estremità delle zampe dando l’impressione a chi l’osservava che stesse indossando due paia di calzini bianchi, perfettamente simmetrici.

Non decidemmo subito di tenerla con noi. Mia mamma odiava i gatti da quando, da bambina, l’avevano invitata a visitare una cucciolata appena nata. Lei si aspettava una nidiata di batuffoli pelosi, ma si trovò al cospetto di una manciata di topi privi di lanugine, con gli occhi sproporzionati e la pelle raggrinzita. Le fecero così tanta impressione che non riuscì mai più a toccare un gatto.

Cercammo allora di darla in adozione (la gatta, non mia mamma) ma tra parenti e amici nessuno si mostrò disposto a tenerla con sé. Così restò con noi, più per inerzia, che per una scelta consapevole.

Non avendo accesso alla casa, a causa del ribrezzo che suscitava in mia madre, aveva colonizzato il circondario. Dormiva nella stalla o sotto al portico e giocava rincorrendo le foglie che svolazzavano nella corte, dove ci tendeva dei veri e propri agguati, nascondendosi dietro a un muro di pietra e saltando fuori all’improvviso al nostro passaggio.

Non ricordo come guadagnò l’accesso all’abitazione. Ma si trattava della casa di mio nonno, intorno alla quale all’epoca gravitava sia la famiglia di mia zia che la mia, perciò immagino che, ad un certo punto, qualcuno di noi le abbia semplicemente tenuto aperta la porta, per buona pace delle paure di mia mamma.

Da quel momento venne comunque ufficialmente accolta in famiglia

Fu presentata al capostipite che in quel periodo aveva già iniziato il suo lento, ma inarrestabile declino. Non era più autosufficiente e la lucidità era un lumino volubile che si accendeva ad intermittenza nella sua mente. Ma amava gli animali, insieme ai quali aveva sempre vissuto, perciò quando la vide, uscì dalla coltre di nebbia che lo isolava dal mondo, per profondersi in un ampio sorriso e pronunciare le seguenti parole. ”Che bel bescien!”. Fu così che la nuova ospite venne battezzata.

Ben presto Bescièn si conquistò le simpatie di tutta la famiglia. Era un tipetto risoluto e molto indipendente. Nel giro di breve tempo aveva marcato il territorio ed era riuscita a tenere alla larga i gatti randagi che vivevano nei paraggi. E poi era una cacciatrice esperta. Ogni tanto trovavamo lucertole morte o passerotti agonizzanti sullo zerbino della porta d’ingresso. Era il suo modo per dimostrarci il suo valore.

Ricordo che una notte ingaggiò una lotta terribile contro una faina. La sentivo sul tetto che miagolava e si dimenava. Non so chi ebbe la meglio, ma il giorno successivo la trovammo spelacchiata e tremante sulla soglia di casa. Non uscì per tutto il giorno restò acciambellata sulle mie cosce, come un guerriero a riposo, mentre preparavo un esame per l’università.

Mia mamma perseverava nel cercarle un altro padrone, ma intanto le sceglieva le scatolette migliori al supermercato e si preoccupava se la sera non la vedeva rientrare. Quando la portammo dal veterinario per farla sterilizzare, lei si svegliò svariate volte nel cuore della notte per vedere come stava la gatta, e, se a causa dell’anestesia la povera bestia non riusciva a saltare sul divano o sulle sedie, lei l’aiutava spingendola da dietro, facendosi coraggio per vincere la sua naturale repulsione.

Dormiva acciambellata tra le gambe di mio nonno, mentre lui schiacciava il sonnellino post prandiale, steso sul divano della cucina. Poiché soffriva di Parkinson aveva sempre paura di cadere, perciò si aggrappava a qualunque cosa trovasse alla sua portata. Mentre riposava, afferrava una zampa della gatta e non la mollava più e lei, che di solito non amava venire toccata, non la ritraeva mai. Se qualcuno fosse entrato in quei momenti, li avrebbe facilmente scambiati per due innamorati addormentati mano nella zampa.

L’idillio si spezzò un giorno d’inverno, mentre il nonno era seduto in carrozzina. Bescièn, all’improvviso, gli saltò in grembo, ma prese male la mira e per tenersi in equilibrio gli ficcò le unghie nelle gambe, facendolo sanguinare copiosamente. Lui sembrò quasi non accorgersene, non si lamentò per il dolore e la sua espressione rimase imperturbabile. Pensavamo fosse perso nella sua nebbia. Invece, mentre mia mamma lo medicava, sembrò svegliarsi dal suo torpore e con aria meditabonda le chiese: “Rita, come si fa ad ammazzare i gatti?”.

Le era rimasto un forte istinto selvatico: la scorgevamo spesso arrampicata sugli alberi a cacciare piccoli animali o a perlustrare i dintorni. La sera la passavano a chiamare gli amici o i fidanzati. Si posizionavo con le zampe sul legno della finestra ed emettevano un paio di sonori miagolii. Lei si preparava dandosi un paio di leccate e poi si accingeva ad uscire. Era più o meno lo stesso schema che utilizzavo io a quei tempi.

Restò con noi fino alla morte di mio nonno. Ricordo che il giorno del funerale trovammo la coltre del feretro schiacciata all’altezza delle gambe. Escludemmo che qualcuno delle numerose persone che erano venute a rendergli visita vi avesse appoggiato sopra qualcosa. Optammo invece per un’ipotesi più credibile: la gatta aveva tentato, come faceva sempre, di accoccolarsi tra le sue cosce, ma poi, per istinto o per una forma di rispetto, non lo aveva ritenuto opportuno, e se ne era andata. Comunque era passata a salutarlo.

Da allora la casa del nonno restò vuota. Mia zia provò a portare Bescien con sé, ma la vita di gatto d’appartamento non era nelle sue corde. Passava le giornate a fissare la maniglia della finestra, emettendo un lamento flebile, ma continuo. Così la riportammo nella casa del nonno, dato che una vicina si era resa disponibile a prendersene cura. Non poteva più entrare nell’edificio, ma aveva accesso all’orto, al cortile e al portico. Aveva fatto ritorno al suo piccolo mondo.

Quando ogni tanto tornavamo nella casa per sbrigare delle incombenze, lei veniva sempre a controllare. Entrava e annusava in giro. Qualche volta si strusciava contro le nostre gambe e faceva le fusa. Poi se ne andava, sempre prima di noi. Correva ad arrampicarsi sul suo albero di cachi, a dare la caccia alle lucertole, a litigare con le faine.

Forse ogni tanto le mancava la nostra famiglia. Sicuramente le sarebbe mancata di più la sua libertà. Ci dissero, anni dopo, che l’avevano trovata morta una mattina d’estate, il corpicino nascosto in mezzo alle piante di fagioli e una lucertola tra le zampe.

Nessuno ebbe il coraggio di dirlo a mia mamma.

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