COLONIE ESTIVE E PRINCIPI AZZURRI

Quando ero bambina, le prime tre settimane di luglio, le passavo in una colonia estiva tra i monti. Ogni anno cambiavo località, ma si trattava sempre di una meta del Trentino o della Valle D’Aosta, dato che mia mamma non prendeva in considerazione istituti in riva al mare. Sosteneva in proposito, che da bambina, le suore le facevano fare il bagno giusto il tempo che gli gnocchi impiegano a venire a galla dopo averli gettati in pentola.

Così trascorrevo una ventina di giorni tra le montagne, insieme ad una pletora di bambini che avevano in comune con me l’azienda per la quale lavorava uno dei nostri genitori.

Nonostante soffrissi di sporadici, ma intensi attacchi di nostalgia di casa, ne conservo un buon ricordo. Venivamo suddivisi in gruppi omogenei per età e sesso, ma variegati per provenienza geografica. Il fatto che ci incontrassimo tutti per la prima volta, non impediva che nascessero amicizie solide e fulminee antipatie. Capitava talvolta di asciugare le lacrime di un’amichetta a cui mancava la mamma e talaltra di risvegliarsi la mattina infilando i piedi in un paio di ciabatte intrise di dentifricio alla menta, spremuto notte tempo da un compagno dispettoso.

La struttura più ambita era quella di Gressoney. Era la più bella e la meglio organizzata. Perciò a causa del grande numero di richieste, era stato deciso di riservarne il soggiorno ai bambini dell’ultimo anno.

Così nell’estate dei miei dodici anni partii entusiasta per la colonia più desiderata della Valle d’Aosta insieme a mia cugina e a qualche centinaio coetanei in età puberale. Era l’anno in cui incominciavamo ad uscire dal bozzolo dell’infanzia e a muovere i primi passi nell’adolescenza. Eravamo creature mutanti, incerte e curiose di sapere quale forma avremmo assunto una volta fuori dalla crisalide e in quale direzione ci saremmo mosse dopo aver spiegato ali. Ma era anche l’estate dei primi amori e delle prime, inconfessabili cotte.

Ricordo molto bene il ragazzino di cui eravamo tutte innamorate. Era biondo, bello e molto estroverso. Era sempre sorridente e particolarmente abile nelle attività sportive, ma aveva un problema di salute, mi pare di tipo cardiaco, per cui aveva bisogno di cure e monitoraggi continui. Forse, era proprio il fatto che sembrasse solido, ma nello stesso tempo vulnerabile che lo rendeva così desiderabile agli occhi delle bambine che come me, soffrivano già allora di quella sindrome della crocerossina, che in futuro ne avrebbe afflitto la vita sentimentale. Almeno fino a quando non si fossero accorte che è la più grande fregatura che un’indole romantica e un po’ insicura ti possa rifilare (io poi sono guarita eh, credo di aver sviluppato talmente tanti anticorpi, da essere immunizzata per le prossime venti vite, almeno) .

In ogni caso, i nostri sogni d’amore s’infransero miseramente quando, verso la fine della vacanza, scoprimmo che si era fidanzato. Lei era una piccola Pokaontas dalla pelle olivastra e il carattere schivo, che lo teneva per mano durante le passeggiate in montagna e lo faceva ridere a crepapelle.

La sera prima del rientro a casa, temendo che non lo avrebbe mai più rivisto, era in lacrime tra le braccia di una delle educatrici, che tentava inutilmente di consolarla. Aveva il letto di fianco al mio e ricordo bene i suoi singhiozzi disperati. Ad un certo punto lo vidi comparire sulla soglia della nostra camera. Era bello, biondo e sorridente. Le si avvicinò, si sedette sul bordo del letto e le diede un bacio sulla bocca. Poi le sussurrò qualcosa all’orecchio che ebbe su di lei un immediato effetto calmante.

Quello che mi colpì, e che ancora oggi a ripensarci mi sorprende, fu che, nonostante avesse 12 anni e fosse circondato da una pletora di fanciulle prossime all’adolescenza, fece tutto con molta disinvoltura e senza alcuna traccia di imbarazzo o di vanagloria. Era capace e competente come se avesse passato la sua giovane vita a consolare ragazzine in lacrime.

Infatti poco dopo che se ne fu andato sentii il respiro di Pokaontas farsi più pesante e capii che era sprofondata nel sonno.

Credo che questo episodio abbia segnato a lungo e irrimediabilmente le mie aspettative sull’altro sesso. Per un periodo della mia giovinezza ho avuto una vita sentimentale piuttosto travagliata e per nulla felice. Quando le mie amiche, nei loro accorati, quanto disperati tentativi di consolarmi, mi dicevano che il principe azzurro non esiste e quindi dovevo smetterla di aspettarlo, io annuivo con convinzione, ma dentro di me sapevo che mentivano.

E lo sapevo perchè l’avevo visto in colonia nell’estate dei miei 12 anni. Solo che, già allora, stava baciando un’altra.

5 pensieri su “COLONIE ESTIVE E PRINCIPI AZZURRI

      1. Io avevo lì entrambi i genitori. Da bambino non sono mai voluto andare in colonia, da universirario però ho fatto diverse estati come assistente, guadagnando bei soldi che poi mi finanziavano tutto l’inverno. A Gressoney però non sono mai stato, andavo ad Autonzo di Cadore e me li ricordo come esperienze bellissime che ho ritrovato nel tuo post

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