Lasciar andare

La rincontro per caso mentre sono in coda per prendere un taxi. Per risparmiare tempo, oltre che denaro, decidiamo di condividerne uno, dato che siamo dirette nella stessa zona della città.

Erano anni che non la vedevo, ci siamo frequentate a lungo durante la nostra giovinezza, poi però ci siamo perse di vista, non mi ricordo neppure perchè.

E’ appena rientrata da New York. Dice che faceva un freddo cane, che soffiava un vento gelido che le trapassava le fenditure degli indumenti e gli strati di pelle fino a raggiungere le ossa. Era nella city per intervistare uno scrittore famoso in occasione dell’uscita del suo ultimo libro. Sostiene che fosse tanto noioso quanto vanaglorioso, ma non uno dei peggiori che ha intervistato.

Mentre il taxi sfreccia per le vie della città, ci aggiorniamo sulle nostre vite cercando di sintetizzare in poche battute gli eventi più significativi. Mi racconta che si occupa di costume per alcuni importante quotidiani, ma svolge anche inchieste e reportage di politica e attualità. Professionalmente è nata seguendo la cronaca giudiziaria. Sostiene che sia stata una gavetta lunga e faticosa, ma molto formativa. I primi anni non la pagavano, ma poi ha iniziato a guadagnare, fino a quando, passo dopo passo, ha cominciato a scrivere per le grandi testate.

Mi piace come è diventata, l’ho conosciuta quando era un’adolescente timida e impacciata. E molto attenta al giudizio altrui. Ora, i suoi gesti e la postura rivelano una donna centrata e risolta, sembra realizzata. Dice che la sua professione l’ha molto aiutata a crescere, è come se le avesse dato un centro di gravità intorno al quale muoversi. “Il mio lavoro non è tutto, ci tiene a chiarire, però mi illumina il cervello, mi da uno scopo e mi aiuta a ridimensionare il resto”.

Quando arriviamo davanti a casa sua, prima di scendere, mi saluta con la mano, come fanno i bambini ed è in quel momento che mi rendo conto che, sebbene sia stato bello rincontrarla, non la rivedrò più.

Il fatto è, che lei non esiste, né mai è esistita. E’ solamente la proiezione di quello che avrei voluto essere. Era la vita che avrei voluto vivere. Una delle tante, forse la più invadente, quella che si prendeva i miei sogni e ne faceva da protagonista. Poi però quella vita lì non l’ho avuta e ci sono buone probabilità che non ce l’abbia più.

Ci sono sogni che non si realizzano.

E’ difficile ammetterlo, lo so bene, è come abbandonare un cucciolo che abbiamo accudito e sfamato, e che non guarderemo diventare grande. Ma allo stesso modo, è importante capirlo e riconoscerlo, quando accade. Solo allora, infatti, saremo davvero in grado di volgere lo sguardo altrove. Arrivano dei momenti in cui bisgona avere il coraggio di lasciare andare. Altrimenti corriamo il rischio di restare incastrati in quello che crediamo sia un progetto senza neppure accorgerci che in realtà è già diventato un rimpianto.

Forse vale la pena capire cosa non ha funzionato. Se non abbiamo creduto abbastanza nelle nostre ambizioni oppure in noi stessi. Se i “no” ce li hanno riferiti gli altri o e se ce li siamo detti da soli, illudendoci che facesse meno male. Se aspettavamo un colpo di culo e invece ci è arrivato il colpo di grazia. Poi però bisogna chiudere, mettere un punto, perchè anche se è doloroso, sgombra il campo, lo pulisce e lo prepara per una nuova ripartenza.

E in effeti sognare fa più paura, quando qualcosa è già andato storto. E la paura di fallire è una grande stronza, perchè ci induce a spostare lo sguardo sulle nostre frustrazioni piuttosto che sul nostro potenziale irrealizzato. Ma passare il tempo a rimpiangere quello che ci è sfuggito di mano, è uno spreco inutile di energie. Ciò di cui ci dobbiamo prenderci cura, è quello che ci è ancora possibile fare.

Perchè non c’è una sola risposta alle nostre domande, così come non c’è sempre un’unica via per la nostra realizzazione. Quella è la soluzione di chi è privo di fantasia oltre che dei falliti, che sono coloro che, non avendo centrato un obiettivo, non hanno il coraggio di inseguire altri sogni.

Quando la mia amica giornalista ha sbattuto la porta del taxi, per un lungo istante ho avuto la tentazione fortissima di chiamarla e di correrle dietro. “Aspetta! Avrei voluto dirle, raccontami ancora di New York e di quando hai intervistato Barack Obama”. Invece ho lasciato che lo sportello si chiudesse e che lei si allontanasse. Poi mi sono chinata verso il taxista e gli ho sussurrato il mio indirizzo, che è il posto dove abitano i miei sogni, quelli che mi sono rimasti e quelli che arriveranno.

2 pensieri su “Lasciar andare

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